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Recensione di Giovanni Quaresmini

 

Nell’alchimia del movimento

Pensando alle opere artistiche di Ilario Mutti ho sempre rimuginato quale sia stato nel passato o possa essere oggi o, ancora,  l’evolversi nel tempo il suo rapporto tra pittura e scultura.

Oggi che la sua scelta per l’arte plastica pare definitiva, ma preferirei un provvisoriamente definitiva,  provo ad esporre alcune considerazioni non tanto su quale possa essere la sua strada più congeniale, quanto se si possano intravedere degli indizi che siano in grado di condurre in un senso piuttosto che nell’altro, in termini di predilezione, di “affinità elettive”.

Ilario Mutti scultore, oggi.
Anche domani? Ieri era pittore e scultore.
Nei suoi disegni e nelle sue opere pittoriche si è sempre avvertito lo studio, una sorta di pre-meditazione, nella  ricerca  che si fa forma in  un percorso espressivo nel quale formale ed informale, figurativo e astratto, coabitano, convivono e si compensano vicendevolmente.
La sua creatività ha liberato  rappresentazioni che sembrano guizzare dal mondo dei concetti o dei simboli argomentando per strade proprie.

La forza espressiva sta proprio lì, dentro un’intellettualità che disamina, che fa scaturire le narrazioni dall’universo della mente  magari intessute dal cuore, ma nelle quali l’interazione con la fisicità dell’opera viene percepita dall’artista come circoscritta e limitata.
Presumo che, in quei gesti pittorici, Ilario Mutti abbia sentore dell’assenza dell’appagamento che scaturisce dalla tattilità e che percepisca la mancanza dell’azione concreta sulla materia, che prende forma nella pienezza di un dialogo tra fisicità e creazione dell’opera.

Ho l’impressione che l’artista avverta la privazione del rimando delle sensazioni che derivano dalla manipolazione sulla massa modellata allorquando i movimenti del corpo e delle mani si traducono in movimenti impressi nella scultura che prende forma nella tridimensionalità.  Sì, perché le sue sculture sono un inno al movimento, che corrisponde al suo moto interiore.
Lo si percepisce quando si conversa con lui e muove le sue mani come se volesse toccare fisicamente la parola che pronuncia e ne desiderasse modellare il senso non soltanto con il tono della voce, ma anche con il gesto che l’accompagna che non è soltanto il gesto di una mano, ma di entrambe le mani, degli occhi, e addirittura  della postura di tutto il corpo. In sostanza la sua comunicazione diviene anche movimento nella gestualità che modella non linee rette, quelle della geometria della razionalità, ma quelle libere e sensuali, curve, in diagrammi di rotondità come quando, con le sue mani attraverso la danza delle dita, pare nutrire la sua opera, creatura del suo amore puro e, allo stesso tempo, passionale.
Se queste sono le premesse è aperto il cammino per un’ulteriore ricerca su diverse strade il cui esito dipenderà da molti fattori.

Il fulcro sarà costituito comunque dall’approfondimento della semantica del movimento.
Lo attestano le posture sorprendenti delle sue sculture come lo sono i sentimenti nella loro nudità in opere che  svelano e ri-velano  fragilità emotive, colte in schegge di atteggiamenti che sembrano condensare un attimo irripetibile della vita: nella plasticità della materia il movimento si trasmuta in anelito, sospiro,  speranza, desiderio che fluttua.

 

Per Ilario Mutti la scultura non è intesa come ornamento decorativo, ma forza di pensiero e vigore plastico, perché la materia si fa ubbidiente e docile grazie alla dolcezza di gesti che intrattiene nella misura di un dialogo denso di fascino.
E allora per ritornare all’inizio: Ilario Mutti scultore, oggi.
Anche domani? Ieri era scultore e pittore.
Domani, pittore? O rovesciando i termini, invece, che scultore e pittore, pittore e scultore?

Di sicuro navigherà sempre nell’alchimia del movimento in un intreccio senza fine tra moto interiore e fisicità gesto dall’interazione misteriosa.

Giovanni Quaresmini
21 ottobre 2013