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Recensione di Fausto Lorenzi

 

03/02/91 GIORNALE DI BRESCIA

Stà nell'alveolo del naturalismo la scultura di Ilario Mutti, che per la prima volta espone in città alla Piccola Galleria, ma ha alle spalle una intensa attività (la prima personale risale al 1972) nella nostra provincia, dove ha anche realizzato alcuni monumenti pubblici.

All'origine della sua formazione si apprende che stanno Domenico Lusetti e, per la grafica, Massimo Zuppelli (un'ampia selezione di lavori grafici a punta di pastello è presentata in galleria). 
Lusetti l'avrà senz'altro avviato a un'intensa vibrazione dei volumi, ma quello che nel maestro si risolveva in una ritmica pura e assoluta di masse plastiche si è svolto anche per Mutti in torsioni fervide e drammatiche, in un'ansia di racconto esplicito. Figure umane e animali, specie cavalli, chiamati a raccontare un'ansia di libertà impedita nell'impaccio e nella sofferenza, tra enfiagioni, tormenti e guizzi di vene e nervi.

Negli ultimi anni Mutti sembra essersi posto il problema di superare il limite della narrazione ovvia, pur muovendosi sempre tra fedeltà della mi mesi di impronta ottocentesca ed espressionismo. 
In alcune opere risente ancora di un eccesso di declamazione veristica, di agitazioni e contrazioni fino alla smorfia, ma in altre questa eccitazione febbrile trova nella meditazione della lezione classica una espansione più pacata e concreta di volumi, un fervore e un senso drammatico della vita interiorizzati, pur in presenze che tendono sempre a dichiararsi corpi vivi, palpitanti: così in un gruppo di tre cavalli con il senso d'una forza trattenuta, in una donna che si spoglia in una fragranza vitale, nel busto di Marta.

Il racconto del peso della carne e della vitalità nelle grafiche diventa arabesco acuminato ed esuberante, in un simbolismo tutto affidato a lince di forza che tracciano come una mappa nervosa di un mondo tormentato e di un percorso di speranza. 
La sensibilità lineare scheletrica e drammatica, che però rischia ormai di chiudersi in una raffinata formula stereotipa, conferma l'ardore di racconto di quest'autore che impegnò forza e passione ed esuberanza di apologo morale nella sua opera.

Fausto Lorenzi