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Ilario Mutti "Espansione e Domani"

Recensione di Luca Cremonesi
"Considerazioni su una capra gravida di Ilario Mutti"

 

Scultura in bronzo del 1981, la “Capra Gravida” è un’opera che ho sempre visto nello studio di Ilario Mutti, a Rezzato, e che non ho mai avuto occasione, fino ad oggi, di poter osservare esposta.
È chiaro a tutti, da Duchamp in poi, che l’opera d’arte non la fa il Museo, ma è altrettanto evidente che un’opera (d’arte, in particolar modo) occupa uno spazio, dialoga con il mondo e va valorizzata nel suo essere traccia che, a differenza del prodotto del mero lavoro dell’uomo, seguendo la distinzione proposta da Hannah Arendt, è destinata a durare nel tempo.

Non mi riferisco al “mondeggiare del mondo” di heideggeriana memoria, e cioè un nobile modo per definire, rendendo ancor più oscuro, il senso di un’opera d’arte. Intendo, semmai, seguendo Sartre, che ogni opera ha un suo contesto, è “in situazione” direbbe il grande esistenzialista francese, “engagé”, alla francese, e cioè impegnata (ma c’è anche il senso dell’aggancio…) nel mondo.

La “Capra Gravida” di Mutti, dunque, va vista e osservata esposta in mostra. Qui, infatti, acquista tutta la sua potenza di scultura che, guardando alla produzione dell’artista che ritroviamo nelle tre sale che compongono la personale “Futuro e Movimento”, sembra all’apparenza un unicum che (si) stacca dal corpus delle altre opere.

Ci riflettevo, dunque. Davvero è “altro”? Davvero è “altra cosa” rispetto a quanto messo in mostra?
Non credo. Ecco il perché di queste considerazioni che, di fatto, non hanno pretesa di esaustività e neppure di “critica”, ma solo di lanterna che illumina, di poco, un possibile sentiero nel mondo dell’arte di Ilario Mutti.

Del tema, forte e potente, che lega la funzione-cavallo alla funzione-donna ho già scritto in passato, e il testo lo si trova nel catalogo presente in mostra. Detto in estrema sintesi, cavallo e donna sono, in Mutti, funzioni, e cioè dinamismo che, all’occhio dello scultore, si realizza nell’uno e nell’altro, l’uno con l’altro. Donna e cavallo sono espressioni pure di un movimento che è simile nell’accadere.

Grazia e bellezza, sinuosità ed eleganza, fascino ed erotismo, sono alcune delle diadi che il cavallo e la donna, nel loro esser funzioni, incarnano e si esprimono, agli occhi di Mutti, strettamente unite fra di loro nelle sculture. In parole povere, donna e cavallo sono simili nel loro esser testimone apparentemente statico del puro e libero accadere del movimento/dinamismo.
Ed ecco, pertanto, la necessità del meticoloso lavoro che Mutti attua sulle cere – ciò che fornisce la matrice per lo stampo nel quale si versa poi il bronzo fuso – un lavoro cioè di rifinitura che rende ancor più unico il pezzo, perché (ri)cerca continua, fino all’ultimo istante, del “quid” che fa unico quel singolo movimento prima di diventare solido e, pertanto, irripetibile attimo fissato nel bronzo.

Questo materiale che è, dunque, fermo e immobile, bronzeo, come si usa nel linguaggio comune per definire ciò che è statico, Mutti lo vuole e lo rende nuovamente mobile grazie anche alla continua lavorazione delle cere. Non solo. Anche nell’esposizione Mutti cerca, con macchine e specchi, di far vivere il movimento altrimenti bloccato nel bronzo. La vitalità del movimento Mutti la ferma come nelle fotografie, ma non la vuole imprigionare. Simbolo reale, vero ed eterno, di questa libertà del movimento/dinamismo sono, per Mutti, il cavallo e la donna. La sua opera, dunque, trasforma il cavallo e la donna in funzione/donna e funzione/cavallo. Qui, a questo punto, e cioè nelle sculture di Mutti, le due funzioni diventano continuamene, senza sosta alcuna, coesistenti.

Gli esempi, magistrali, sono “Spirale”, bronzo del 2010 (che trovate nella prima stanza), e “Eleganza”, cotto patinato del 2010, e “Vanità”, cotto patinato del 2012, entrambe nella seconda stanza, e “Ginnasta”, cotto del 2009, che si trova nella terza stanza.

La “Capra Gravida”, dunque, appare fuori luogo? Non credo. Azzardo un percorso interpretativo del tutto personale, neppure condiviso con l’autore, che mi potrà smentire, perché questo è il senso dell’opera d’arte: una vita che trascende quella dell’artista creatore. Di cosa è gravida quella capra del 1981? In prima analisi di un essere femminile che, messo in un contesto, “in situazione”, acquista tutta la sua bellezza di essere generatrice di vita. L’ho sempre vista ammassata in uno scaffale, schiacciata dal dominio del dinamismo dei cavalli di Mutti, e lì appariva come animale triste e sofferente, di sicuro carico di fatica per il peso che una nuova vita, portata nel grembo, implica per l’essere femminile.

Situazione che noi uomini non possiamo comprendere, ma solo pensare e provare un poco a immaginare. La “Capra Gravida”, dunque, è portatrice di bellezza perché sta per generare la vita e questo fatto, pur se gravato della condanna biblica della sofferenza (usato qui solo come rimando letterario), rende tale essere bello in senso assoluto.

Questa scultura fissa e mostra la bellezza di un essere capace di creare la vita. Chi genera vita, la donna, è il futuro per eccellenza; è il vero e puro movimento. “La donna è mobile, qual piuma al vento…” si dice, ma non è questo. “Futuro e movimento” è un modo migliore per dire il femminile. Di cosa, dunque, è gravida questa capra del 1981? Di quel “Futuro e Movimento” che Mutti ha cercato, pardon, cerca ancora, ogni giorno, nel suo lavoro d’artista…
Non a caso, il pezzo prodotto per questa mostra, esclusiva nell’esclusività di questa esposizione, è una nuova funzione/cavallo che porta il titolo di “Futuro e movimento”.
Quella “Capra Gravida”, in conclusione, non è pezzo isolato. Non è stacco. Ma è incipit, origine, inizio. Come accade, appunto, nella gravidanza quando, di fatto, la donna fa nascere una nuova vita. Il futuro. Nostro. Di tutta l’umanità

Luca Cremonesi