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Recensione di Luca Cremonesi

 

Ilario Mutti - di Luca Cremonesi

Il cavallo quale immagine di forza e libertà può essere la sintesi, come in molti hanno sottolineato, dell’opera di Ilario Mutti ed è senza dubbio vero. “Cavalcavo un cavallo bianco, da piccola, e mi sentivo libera” mi dice chi, al telefono con me, sa che sto scrivendo questo testo. Il cavallo è massa energetica par excellence: struttura libera di un essere che è dolce ed eroico allo stesso tempo, ma anche potente e aggraziato, elegante e scomposto, selvaggio e fiero d’esserlo anche quando è domato. Il cavallo, ripensandoci bene, è un’efficace immagine di libera differenza e questo equivale a dire che ciò che esiste, si presenta e si mostra al mondo è sempre senza alcuna pre-figurazione che ne precede il suo accadere. Non c’è un’essenza nascosta e neppure un’immagine data da ritrovare, è come per il fuoco: pura differenza che nel suo libero modularsi diventa continuamente forma definita. Il cavallo di Mutti è libero accadere di un unicum irripetibile fatto di segni, posture, gesti, mosse che dettano la singolarità propria di ogni essere vivente. La sintesi migliore, ad oggi, è nell’opera “Spirale”. Il fatto di essere pura differenza rende il soggetto cavallo di Mutti una “Funzione Cavallo” e cioè un modo d’essere che si incarna nella forma, ma che non rende tutto ciò che crea Mutti ‘simile al cavallo’ e neppure ‘rappresentazione di un cavallo ideale’. Si tratta, a tutti gli effetti, di un modo d’essere libero che si presenta nella forma e il suo accadere si ritrova in ogni creazione che richiama al cavallo, pur non esaurendolo mai. Non c’è un cavallo ideale da rappresentare, ma un essere cavallo da declinare e liberare. La “Funzione Cavallo” di Mutti è, per capirci, un modo d’essere delle Corrispondenze, proprio nell’accezione di Baudelaire. Per questo le sue opere risuonano in un armonioso concerto.

È dunque naturale che la scultura di Mutti sia un pezzo unico. Chi conosce il suo processo di lavorazione sa che Ilario interviene sulle cere e questo, di fatto, rende esclusivo e irripetibile ogni pezzo. Qui l’artista restituisce la libertà alla forma che, per definizione, la scultura tende a fermare, ingabbiare, bloccare. Non toglie per trovare ciò che dovrebbe essere già li ad attenderlo, ma aggiusta, lima, ritocca, interviene per ridare libertà a quell’unicum che l’opera presenta: la singolarità di un gesto, di un accadere, di un essere che è, dunque, evento e non rappresentazione.

Allo stesso modo il ‘900 insegna che la donna è l’altra singolarità che dialoga e con-divide il comune spazio vitale con il maschio: questa libertà che si è dovuta, purtroppo, conquistare (quando dovrebbe essere fra le inalienabili libertà dell’essere vivente) necessita di rappresentazione, perché non è così scontata e neppure consolidata. Non ci si sbagli: non è di femminismo che si parla, bensì di femminilità. Altra cosa. Altra conquista che si deve raggiungere perché non è data da una sovraesposizione del corpo femminile, né da un nudo portato all’eccesso e neppure dalla somma di atteggiamenti pseudo libertini. La sintesi migliore è nell’opera “Sentimento”. Se “donna si diventa” è perché anche la femminilità è una pura differenza che sfugge da sempre al controllo e alla dominazione della gabbia maschile: per questo motivo essa va continuamente ricercata, ri-creata, riconquistata, ri-presentata, senza sosta. C’è quindi, nell’opera di Ilario Mutti, anche una “Funzione femminilità” che si muove nei suoi corpi e che circola anche, ben evidente, nei corpi dei cavalli. Non che il cavallo sia simbolo della donna o viceversa, ma semplicemente, la “Funzione Femminilità” vive e si ritrova espressa nella “Funzione Cavallo”, come se fosse la sua naturale dimora, fusione artistica di due funzioni che si corrispondono.

Queste due “Funzioni”, quindi, si ritrovano e circolano nelle sue sculture perché hanno bisogno di continua nuova vita che si esprime e accade in ogni forma singolare – ed irripetibile – del Nostro. La sintesi migliore è nell’opera “Pensieri piroettanti in una notte d’estate”. Che queste siano in bronzo o in refrattario cotto poco importa perché l’unicità, in entrambi i casi, è ricercata a monte, quale logica e necessità della vita intrinseca di quelle “Funzioni” che continuano a differire per vivere in quanto “Funzioni”, e cioè liberi differenziali che si modulano e solidificano in forme singole. Le opere di Ilario Mutti sono, quindi, il risultato e la sintesi, attuale, di questo irripetibile accadere mantenuto libero di modularsi e che domina la materia, non viceversa. In ultima istanza, il suo lavoro presenta la libertà del femminile e dell’animale quale prova dell’esistenza di un modo d’essere che è altro dalla staticità della trascendenza, che plasma e domina dall’alto le forme del mondo. È, di fatto, una felice e faticosa conquista, di cui Ilario ci fa partecipi.